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mercoledì 15 gennaio 2014

Un assessore rinviato a giudizio per associazione a delinquere: i primi effetti della Carta di Pisa


A distanza di due anni dall’introduzione della Carta di Pisa una vicenda ancora in corso permette di cogliere alcuni elementi rilevanti per quanto riguarda i primi effetti a livello di opinione pubblica - come riportati dalla cronaca locale - dell’adozione del Codice di comportamento da parte di enti territoriali. Nella fattispecie, l’ente coinvolto è la Provincia di Pisa, tra i primi ad aver adottato la Carta con delibera della Giunta del 13 marzo 2012.
Nel corso del 2012, le principali testate giornalistiche di cronaca locale di Pisa, Massa e Carrara riportano notizie - capaci di dar vita ad un vero e proprio scandalo – su un’inchiesta condotta dalla Procura di Massa in merito a dei finanziamenti dell’Unione Europea ottenuti da una società di riciclo di rifiuti (Erre Erre, acronimo di Recupero Risorse) – controllata, per il 51%, da una società pubblica (Cermec, facente capo ai Comuni di Massa e Carrara) e, per il 49%, da una privata (Delca, con sede a Vicopisano) - per la costruzione di un impianto di “bricchettaggio”; fase del processo di trattamento dei rifiuti finalizzato alla produzione di combustibili, nella zona industriale situata tra Carrara e Massa. 
Tale impianto - i cui costi di realizzazione erano notevolmente aumentati, passando dai 16 milioni di euro, inizialmente previsti, ai 23 di spesa effettiva - doveva essere utilizzato al fine trattare i rifiuti prodotti dal Cermec. Esso non è mai entrato in funzione e, nel luglio 2011, è stato distrutto da un incendio doloso.
Il coinvolgimento della Provincia di Pisa nell’inchiesta sullo scandalo dello smaltimento dei rifiuti nasce dalla tesi sostenuta dalla Procura di Massa – accusa fondata sulle indagini condotte dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Firenze (Noe), relativamente ad alcune intercettazioni di telefonate ed sms - per la quale l’attuale assessore della Giunta con delega all'ambiente e aree protette, energia, difesa del suolo e protezione civile, Valter Picchi del Partito Democratico, avrebbe fatto parte - assieme al titolare ed al dirigente della Delca, agli ex direttori del Cermec, ad un ex assessore del Comune di Carrara e ad un consigliere del Comune di Massa - di una associazione a delinquere finalizzata a commettere una serie di reati contro la pubblica amministrazione quali corruzione, concussione, peculato ed abuso d’ufficio, nonché falso e truffa a danno di enti pubblici.
Secondo la Procura, Picchi avrebbe utilizzato la sua posizione di assessore all’ambiente della Provincia di Pisa, nell’interesse della sopracitata associazione. Egli infatti è accusato di essere intervenuto nelle procedure di conferimento dell’autorizzazione all’esercizio alla società ErreErre, interrompendo il servizio pubblico di trasferimento dei rifiuti solidi urbani - provenienti dal Cermec - alla discarica comunale di Peccioli, in Provincia di Pisa. Il fine, sostiene la Procura, era quello di ottenere il rilascio - in tempi celeri - dell’autorizzazione all’esercizio ad ErreErre. L’assessore della Giunta provinciale pisana sarebbe anche intervenuto nell’attività di monitoraggio effettuata dalla Regione Toscana sull’elargizione dei finanziamenti dell’Unione Europea ad ErreErre per fare in modo che la società riuscisse ad ottenere una maggiore contribuzione.
Sulla vicenda rileva un primo riferimento alla Carta di Pisa in alcune notizie risalenti al marzo 2012 in cui il quotidiano locale “il Tirreno” dedica al caso sopradescritto un articolo dal titolo «Caro Picchi, ricordati che c’è il codice etico». Il riferimento è alle dichiarazioni rilasciate da alcune associazioni tra cui il Comitato Antinquinamento di Castelfranco, il Comitato cittadino “Tutela Salute e Ambiente” di San Donato e la sezione del Valdarno Inferiore dell’Unione Inquilini, all’indomani dell’adozione del Codice di comportamento da parte della Provincia di Pisa. Nella circostanza, tali associazioni hanno commentato il coinvolgimento di Picchi nello scandalo dello smaltimento dei rifiuti provenienti dal Cermec – come riporta il giornalista de “il Tirreno” – affermando: «Speriamo […] che possa dimostrare la sua innocenza. Tuttavia, nella malaugurata ipotesi di rinvio a giudizio, sarebbe opportuno che si dimettesse per onorare così il solenne impegno preso con la sottoscrizione della "Carta di Pisa"».
Quanto riportato dal quotidiano richiama l’obbligo previsto dall’articolo 20 del Codice di comportamento che – rivolgendosi all’amministratore politico - recita quanto segue: «In caso sia rinviato a giudizio o sottoposto a misure di prevenzione personale e patrimoniale per reati di corruzione, concussione, mafia, estorsione, riciclaggio, traffico illecito di rifiuti, e ogni altra fattispecie ricompresa nell’elenco di cui all’art. 1 del Codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 18 febbraio 2010, l’amministratore si impegna a dimettersi ovvero a rimettere il mandato». Ovviamente, il reato di associazione a delinquere - del quale l’assessore Picchi è accusato - benché non sia esplicitato nella Carta, è ricompreso  nell’articolo 1 del citato Codice di autoregolamentazione.
 Il punto di svolta dell’indagine arriva nel settembre 2012 quando la Procura di Massa  richiede il rinvio a giudizio per l’assessore all’ambiente della Provincia di Pisa.
In seguito alla pubblicazione di tale notizia, Valter Picchi ha risposto alle accuse dicendo che, nel caso in cui il Giudice dell’Udienza Preliminare accogliesse la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pubblico ministero, egli sarebbe pronto a «valutare anche l'opportunità del dischiudersi di qualunque nuovo scenario», con riferimento – come riportano i giornali - al suo incarico istituzionale. Egli ha poi espresso la volontà di farsi interrogare dal giudice, nel corso dell’Udienza Preliminare, al fine di chiarire la sua posizione nella vicenda. In seno alle altre cariche dell’ente, va segnalata la posizione presa pubblicamente dal Presidente della Provincia di Pisa che – nell’occasione – ha mostrato solidarietà nei confronti dell’assessore e la convinzione che quest’ultimo «[…] potrà dimostrare innanzi al gup la propria estraneità ai fatti contestati e l'infondatezza delle accuse».
È del 23 settembre la notizia pubblicata dal quotidiano “La Nazione” di Pisa che riporta l’avvenuta conferenza stampa, tenuta dal gruppo provinciale del Popolo delle Libertà, in cui, facendo appello alla Carta, venivano pubblicamente richieste le dimissioni di Valter Picchi. Il vicecoordinatore del partito Giacomo Cappelli ha – in questa sede – dichiarato: «[…] Picchi mostri la sua estraneità o lasci l’incarico per chiarire la sua posizione e poi magari rientrare. Faccia un passo indietro anche in virtù della carta di valori firmata e voluta dal suo partito, il PD». Nella stessa circostanza – il vicecapogruppo del PDL in Provincia Gianluca Gambini ha affermato che nel Codice «[…] si dice che in caso di una richiesta di rinvio a giudizio, l’assessore deve dimettersi».
Nel marzo 2013, l’assessore all’ambiente della Provincia di Pisa – su sua esplicita richiesta - è stato interrogato dal gup e, rispondendo alle domande che gli sono state rivolte, ha ribadito: «Io ho agito solo per l’interesse pubblico […] affinché fosse costruito l’impianto di Massa che era strategico e ci avrebbe permesso di alleggerire il carico dei rifiuti sulla discarica di Peccioli ormai al limite […]».
È dell’11 gennaio 2014 la notizia riportata dalle testate giornalistiche di cronaca locale, in cui emerge che l’ufficio stampa della Provincia di Pisa ha pubblicato una nota ufficiale che annuncia che – nell’Udienza Preliminare sullo scandalo dello smaltimento di rifiuti - la sopracitata richiesta di rinvio a giudizio è stata accolta. Alla notizia fanno eco le successive dichiarazioni del Presidente della Provincia Andrea Pieroni e del segretario provinciale del Partito Democratico che invitano Valter Picchi a fare un passo indietro.
A fronte dell’impegno preso dalla Giunta provinciale pisana adottando la Carta di Pisa le si presentano due possibilità: le dimissioni spontanee dell’assessore o, alternativamente, una sua decisione di rimettere il mandato alla quale seguirà una presa di posizione da parte degli altri componenti dell’organo politico che si concretizzerà nella revoca dello stesso, così come disposto dall’articolo 20 del Codice di condotta.
Il 13 gennaio 2014, in occasione della prima seduta del Consiglio provinciale utile, il presidente della Provincia ha comunicato la sua decisione di revocare il mandato all’assessore della Giunta con delega all'ambiente e aree protette, energia, difesa del suolo e protezione civile precisando comunque che «nessuno possa essere considerato colpevole fino a che una sentenza definitiva non lo dichiari tale».
Oggi è stata scritta una nuova pagina della storia del nostro Paese : l’impegno di responsabilità politica preso da un ente adottando un codice di comportamento per amministratori politici, e la conseguente decisione di revocare il mandato ad un assessore a fronte di rinvio a giudizio, valorizzano e qualificano la Carta di Pisa come strumento efficace di prevenzione della corruzione fondato sul principio di autoregolamentazione. 


Giacomo Poeta



lunedì 9 dicembre 2013

Lacrime di coccodrillo


18 novembre 2013. Morti e dispersi. E' emergenza. Precipitazioni molto intense hanno colpito la Sardegna per oltre venti ore. Segnalati accumuli record, anche superiori ai 300 millimetri. Si contano i danni. Ponti crollati, viabilità in tilt. Persone soccorse e salvate dai soccorritori. Le precipitazioni si sono scatenate nel tardo pomeriggio con particolare violenza tra Nuoro e Olbia. Alla fine si conteranno 17 vittime accertate.
Purtroppo questo film già visto infinite volte è così sempre uguale a se stesso da far suonare rituali, quasi accademiche, anche le parole di chi non ha mai smesso di denunciare l'Italia colabrodo. Malgrado tutto però noi tutti dobbiamo insistere. E' vero: in poche ore sull'Ogliastra e sul Nuorese è caduta tanta pioggia quanta in genere ne arriva in un anno: più o meno 400 millimetri. Ma non è la prima volta che succede. Come ha ricordato il meteorologo Luca Mercalli, soltanto negli ultimi dieci anni è capitato in altre due occasioni, 2008 e 2004; andò peggio solo nell'ottobre 1951.
Si è trattato sì un fenomeno eccezionale, probabilmente inasprito dai cambiamenti climatici globali che stanno investendo il Mediterraneo, ma non è stato un fenomeno inedito. E allora, pesantemente, piomba la oramai ricorrente e arcinota domanda leniniana: che fare?
Si può, si deve, sicuramente, rendere il "pronto soccorso" della protezione civile più efficace: anche se oggi funziona bene nel suo snodo centrale di coordinamento, troppo spesso perde rapidità ed efficienza quanto più ci si allontana da Roma e ci si avvicina ai luoghi fisici, laddove ci sono da gestire emergenze improvvise e gravi.
E poi, imprescindibilmente, si deve fare il contrario di ciò che in Italia si fa da decenni: consumo scriteriato del suolo e scarsi investimenti nella messa in sicurezza e nella manutenzione ordinaria del territorio. A fronte di un costo complessivo per la messa in sicurezza del nostro territorio stimato in circa 40 miliardi, tutti gli ultimi governi - da Berlusconi a Monti a Letta - hanno previsto a tale scopo risorse irrilevanti, fino all'obolo di 30 milioni messo a bilancio con l'attuale Legge di Stabilità. I governi italiani non hanno mai problemi a trovare miliardi per grandi opere, costosissime o di dubbia utilità, o per mega acquisti che interessano solo a qualche lobby potente come i famigerati F35, invece davanti all'esigenza veramente vitale per il Paese di trovare non diciamo miliardi ma almeno qualche centinaio di milioni da destinare alla difesa del suolo, alzano le braccia.
Cemento ovunque, comprese quelle zone in cui non si dovrebbe costruire un metro cubo, come ad esempio le fasce golenali di fiumi e torrenti. Abusivismo edilizio tollerato e spesso incoraggiato a forza di condoni: dobbiamo cambiare mentalità. La filosofia del condono ci porta a credere che il denaro estingua il rischio, che se uno paga l'ammenda per un abuso si mette per sempre in regola: mentre l'alluvione sarda ci deve insegnare che la precarietà non si mette a norma, che finché non si risolve il problema che si è creato sul territorio, la minaccia, in caso di alluvione, resta sempre dietro l'angolo. Fra le tante cifre che ci ballano davanti agli occhi, fra le tante cifre che si ricordano, ce n'è una che ci deve far riflettere, e che andrebbe scolpita, anche nei fumosi discorsi dei responsabili istituzionali: per ogni miliardo di euro speso in prevenzione, in questo Paese, ne spendiamo due e mezzo di emergenza.

Si chiedano più investimenti sul futuro, si metta a norma tutto quello che si può e si deve, e per favore, smettiamola di piangere lacrime di coccodrillo, prima che ci venga presentato di nuovo il conto di tutto ciò sotto forma dell’ennesima tragedia.

Niccolò Batini

sabato 7 dicembre 2013

Cosa c’entra l’Italia con il Messico?


I meno giovani probabilmente ripenseranno alla finale dei mondiali di calcio che l’Italia ha disputato in Messico contro il Brasile nel 1970, ma purtroppo non è soltanto questo che lega il nostro Belpaese alla terra dei narcos, quanto piuttosto il commercio di cocaina.
E’ infatti nel porto di Gioia Tauro, con i suoi 3500 chilometri di banchine, che arrivano le navi della cocaina; ne arrivano così tante che qualcuno ha iniziato a chiamarla “Coca-Tauro”. A differenza del Messico non ci sono né soldati né cadaveri per le strade della Piana, eppure è la ‘ndrangheta il nuovo sodale dei cartelli messicani della droga. Il traffico internazionale di cocaina, che in Messico miete 1400 vittime al mese, in Calabria ha trovato spazio in un gioco di quote e spartizioni territoriali tra ‘ndrine rivali. Questo perché il commercio di cocaina non ha rivali in termini di guadagni; basti pensare che un chilo di cocaina, comprata dai gruppi criminali a 1500€ al chilo, può fruttare fino a 225000€ una volta lavorata ed immessa nel mercato dello spaccio locale. Più di 100mila persone, ad oggi, hanno perso la vita in questa sanguinosa guerra per la polvere bianca e l’Italia, sopra la media europea per consumo di cocaina, ha le sue colpe in questo poiché a maggior consumo corrispondono maggiori guadagni. Gioia Tauro, con i suoi 3,5 milioni di container l’anno che arrivano sulle sue banchine, è la principale porta di ingresso della cocaina in Europa; e la ‘ndrangheta, economicamente e logisticamente imbattibile tra tutte le mafie, ne è la regina, riuscendo a coprire, da sola, circa l’80% dell’intero traffico di cocaina nel Vecchio Continente con guadagni annuali dell’ordine dei 20 miliardi di euro. Globalmente il traffico di stupefacenti fa arrivare nelle tasche della criminalità organizzata 350 miliardi di dollari l’anno; i narco-dollari, o coca-euro per quanto ci riguarda, vengono riciclati nell’economia legale, grazie ad appoggi all’interno dell’istituzioni e degli istituti di credito, andando a corrompere irreparabilmente il sistema economico degli Stati importatori. Gli elevatissimi guadagni derivanti dal narcotraffico permettono, infatti, alle mafie di insinuarsi nelle attività produttive del Paese, andando a stroncare, in un periodo di crisi come quello attuale, la concorrenza imprenditoriale grazie alla pressoché infinita disponibilità di liquidità. Dall’analisi dei dati emerge come i narco-dollari siano diventati ormai un cardine del sistema finanziario globale.
Ad ogni anno che passa il quantitativo di droga intercettato aumenta sempre di più, ma, come hanno svelato le inchieste, solo il 10% della cocaina viene intercettato, perciò è facile capire come all’aumento di droga sequestrata corrisponda un aumento della droga importata, e quindi venduta. Con la fine dell’egemonia colombiana nel traffico di cocaina, la ‘ndrangheta è riuscita a capire prima delle altre mafie le possibilità economiche di un accordo con i narcos messicani e così, dal 2008, iniziano a emergere dalle investigazioni i primi contatti criminali tra Italia e Messico. E’ necessario, a questo punto, chiedersi chi fornisce alla ‘ndrangheta la droga destinata ai mercati europei. A gestire il commercio di cocaina è il cartello messicano dei Los Zetas, responsabili negli ultimi anni d’innumerevoli sequestri di migranti centroamericani – se ne contano più di 20mila l’anno - torturati e poi rivenduti, come moderni schiavi, nei mercati del sesso, degli organi e della pedofilia; un mercato da decine di milioni di dollari l’anno. E’ dalle loro mani che arriva la polvere bianca che fa sballare giovani, e non solo, di tutta Europa; ed è a loro che questi ultimi pagano il prezzo del loro divertimento. Una cocaina che quindi, più che bianca, appare rosso sangue.  

Alessandro Giubilei
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I dati contenuti nell'articolo sono presi dal libro “Coca Rosso Sangue” di Lucia Capuzzi, edito da Edizioni San Paolo.

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https://www.facebook.com/events/617014628355596/?ref_newsfeed_story_type=regular



venerdì 8 novembre 2013

#FIUMEINPIENA: STOP BIOCIDIO!


Il comitato #fiumeinpiena è costituito da un gruppo di giovani che solo negli ultimi mesi si son trovati, ma quello a cui hanno deciso di dar voce non è qualcosa di nato all'ultimo momento: ci sono tutti. Dai comitati territoriali alle parrocchie, dalle associazioni ai medici: tutti gli inascoltati degli ultimi vent'anni finalmente tirano un sospiro di sollievo perché hanno trovato lo spazio mediatico – gliel'hanno dovuto concedere le dichiarazioni di un pentito – in cui dire, spiegare, rivendicare. In cui banalmente piangere i propri morti per mano assassina, nonostante un tumore li abbia portati via.

L'idea è partita in maniera spontanea, l'esigenza che hanno voluto esprimere era palese a tutti: riversare nelle strade di Napoli tutte le mobilitazioni e tutte le rivendicazioni che da mesi animano le piazze campane: da due mesi ormai le strade della regione sono attraversate ogni giorno da manifestazioni di protesta. In migliaia sono scesi in piazza, con cortei che hanno contato decine di migliaia di persone in paesini a stento noti alle amministrazioni cittadine.
Dalle prime dichiarazioni di Schiavone alle deposizioni desecretate del 1997, il movimento contro il biocidio cresce in maniera sorprendente, di giorno in giorno. È un movimento ampio, trasversale, che ha al suo interno gruppi attivi da vent'anni sul territorio. È da questo movimento che sarà popolata la piazza del 16 novembre, che sarà la piazza di tutti.
Era quello di cui avevano bisogno e volevano da vent'anni. Tutti sono consapevoli del fatto che il corteo del 16 novembre non guarirà i tumori, non contrasterà quelli che stanno per insorgere, non bonificherà le terre e non risolverà nulla. Ma quella data è un simbolo. È il simbolo del fatto che opporsi ad uno stato di cose ingiusto, aberrante, vale qualcosa. È il simbolo del fatto che quei morti di cui ci schiaffano in faccia le foto ad ogni occasione non sono morti invano. È di questo che abbiamo bisogno.
Quella piazza è il punto d'arrivo di un percorso di anni di studio, mobilitazione, rivendicazione. Di mazzate, anche di arresti, per chi certe cose le dice da prima dei telegiornali. È la dimostrazione 
del fatto che anche se in ritardo, le risposte di massa arrivano. È la dimostrazione del fatto che nessuno ha sprecato il proprio tempo. E le proprie vite. Invece di pensare a salvarsi da solo. È di questo che abbiamo bisogno.
E soprattutto quella piazza è un punto di partenza di un movimento di opposizione forte e consapevole che ha precise in testa non solo parole d'ordine ma pure rivendicazioni, soluzioni, processi. Molto più chiaramente di molte delle istituzioni che non hanno mai prestato alla questione la dovuta attenzione. Molto più di quelle istituzioni che quando non sono state complici, sono state zitte e cieche di fronte al disastro.
Quella piazza è il riscatto, è il megafono per dare voce a chi da mesi fa cortei, presidi, assemblee, e che è a un livello più avanzato dell'opinione pubblica: è il riscatto di chi vuole andare a dire che la propria fine la conosce già, ma che nel frattempo ha disegnato alternative, ha in mente un modello diverso dalla contrapposizione all'attuale piano di gestione dei rifiuti all'opposizione ai trattamenti a caldo, dalla volontà di monitorare le bonifiche a quella di proporre sistemi che vadano dal no food alla fitodepurazione, da una mappatura dei siti contaminati alla tutela di quelli sani.
Quella piazza è il simbolo di un paese reale che si oppone ad uno Stato che per vent'anni ha tenuta segreta una terribile verità, che si è arrogato il diritto di tenerci all'oscuro della nostra condanna a morte. Qualcuno dovrà pagare per quello che è successo. Quella è la piazza di chi ha deciso di restare nonostante tutto e resistere per riscattare il proprio territorio, perchè se andiamo tutti vincono loro: i camorristi, i politici conniventi, i politici camorristi, lo stato silenzioso e assassino, gli imprenditori che si sono arricchiti sulle nostre vite.

Comitato "fiume in piena"

domenica 3 novembre 2013

Addiopizzo - Contro il pizzo a fianco dei cittadini

"Addiopizzo è un'associazione di volontariato nata spontaneamente, dal basso, a Palermo nell'estate del 2004. Lotta contro il racket delle estorsioni mafiose, interpretandolo come immediata manifestazione dell'essenza di Cosa nostra, nonché come tassello di un più esteso sistema di potere mafioso.
Addiopizzo è un'associazione espressamente apartitica, ma politica, perché promuove la partecipazione democratica come modalità migliore per il superamento di tale sistema di potere. A tal fine promuove e sperimenta prassi radicate nella cultura della legalità costituzionale e tese alla somma valorizzazione dei beni comuni.
Uno dei principali strumenti realizzati dall’Associazione è la campagna di consumo critico “Pago chi non Paga”, pratica collettiva che impegna i cittadini-consumatori a compiere i propri acquisti presso le imprese e gli esercizi commerciali che non si piegano ai fenomeni estorsivi e mafiosi.
Oggi gli operatori economici sono oltre 800 e i cittadini che hanno sottoscritto il manifesto più di 10000.
L’Associazione Addiopizzo, insieme a Libero Futuro, in questi anni ha assistito oltre duecento imprenditori che hanno subito intimidazioni e richieste estorsive e che hanno collaborato e denunciato.
Percorrendo le strade della nostra città, passando dalle scuole e dalle aule di tribunale, praticando il consumo critico e vigilando sempre sull’operato dei pubblici poteri e della classe dirigente, si fa sempre più forte in noi la consapevolezza che il cammino da fare è ancora lungo e arduo. Tuttavia è altrettanto forte la convinzione che la sconfitta del sistema di potere mafioso è possibile. Dipende dalla volontà di tutti e di ciascuno.
Se mai verrà il giorno in cui potremo dimostrare a noi stessi il fatto di esserci definitivamente lasciati alle spalle questa triste, dolorosa e umiliante realtà, allora sapremo che ognuno di noi è stato parte attiva di una vera e propria Liberazione, e che quindi potremo finalmente diventare ciò che potenzialmente già siamo: un popolo onesto, laborioso e creativo."

sabato 26 ottobre 2013

Buon Compleanno Ex-Colorificio!

“Ragazzi, avessi un po’ di spazio, come mi piacerebbe farvi tornare a collaborare, a riparare biciclette, ad allenarvi su una parete di arrampicata, a insegnare ai migranti i loro diritti e una nuova lingua, a cucinare cibo libero, a discutere di libri, ad ascoltare buona musica!”. Così, il 20 Ottobre 2012, il Municipio dei Beni Comuni, in forma aperta e pubblica, ha liberato l’ex Colorificio, restituendolo alla città e rendendolo fruibile a decine di attività, le più disparate e diverse, rispondenti a necessità e desideri di una cittadinanza sempre più stretta nella morsa della crisi, nel tunnel dell’impotenza teorica di un qualsiasi cambiamento.

Era il 1924 quando il chimico inglese Alfred Houlston Morgan fondò il Colorificio Toscano nel Viale delle Cascine, in un'area periferica caratterizzata da attività di tipo tradizionale a carattere stagionale, come i fornaciari per la produzione di laterizi o lo sfruttamento della pineta della vicina Tenuta di San Rossore. Rispetto a tali lavorazioni il Colorificio rappresentava un passo avanti in termini di modernità produttiva: una vera e propria impresa industriale faceva il suo ingresso nella zona di Barbaricina, favorita dalla concomitante vicinanza della linea ferroviaria e della Via Aurelia.

Dopo aver passato non senza difficoltà gli anni della Seconda Guerra Mondiale, con il boom economico a cavallo tra gli anni '50 e '60, consentito da una struttura dei salari ancora arretrata e da una crescente domanda estera, il Colorificio garantì ampi profitti agli operatori economici che fossero in grado di presentare sui mercati dei prodotti appetibili: esso infatti possedeva le risorse per non perdere l'appuntamento con una congiuntura economica estremamente favorevole. Ma è proprio in questi stessi anni che possiamo vedere le radici del ciclo di deindustrializzazione che ha portato Pisa ad avere il volto che oggi ci è familiare, con il polo dei Navicelli, che si sta trasformando grazie a una partita di scambio con la Saint-Gobain, in cui la multinazionale francese ha barattato la propria permanenza con il permesso di svolgere una vasta operazione immobiliare nelle aree prospicienti a cui se ne sono aggiunte altre. L'area di Viale delle Cascine, che fino a poco tempo fa ospitava il terzo polo industriale di Pisa, invece, non è stata ancora interessata né da operazioni di carattere speculativo né ha attirato l'attenzione dei grandi operatori pubblici presenti in città. La violenta lacerazione nel tessuto urbano prodotta dalla rapida destrutturazione portata avanti dalla multinazionale J Colors, che, come un rapace piomba dall’alto sulla vittima in una lotta impari, si è appropriata del Colorificio trasformando la fabbrica in magazzino, ha prodotto i licenziamenti degli ultimi lavoratori nel 2008. Il Diritto alla città, quindi, può e deve trovare modo di essere la leva con cui si ribalti il tentativo di un annullamento di ogni possibilità di accesso alla cultura, sport, servizi, lavoro, come di ogni tentativo di negare diritti in ogni sfera della vita, da quello alla salute al lavoro alla mobilità.

Livio Pepino e Marco Revelli sono tra i curatori del libro uscito per Edizioni Gruppo AbeleGrammatica dell’indignazione”: «L’indignazione è maggioranza nel Paese – spiegano – ma rischia di non contare nulla a livello istituzionale o di veicolare risposte populiste e demagogiche di corto respiro. Per questo è utile provare a mettere ordine, a trasformare un sentimento diffuso in proposta di cambiamento e allo stesso tempo di conservazione di ciò che, invece, va mantenuto e di cui troppi vorrebbero liberarsi, dalla Costituzione al welfare».

Uno spazio sociale rappresenta il segno tangibile e vissuto da migliaia di persone di una direzione alternativa, non legata a un’idea aprioristica di sviluppo, bensì capace di rispondere a un piano urbano finalmente centrato sull’ecologia, sulla valorizzazione dell’esistente, sui bisogni dei cittadini: per cui, dopo questi dodici mesi, anche e soprattutto in questi che sono i giorni più duri e difficili a causa dello sgombero imposto, buon compleanno, ex Colorificio!

Niccolò Batini