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giovedì 19 settembre 2013

Giancarlo Siani, ventotto anni dopo

Quando il 23 Settembre del 1985 viene ammazzato nella sua auto a Piazza San Leonardo al Vomero, Giancarlo Siani ha da poco compiuto 26 anni. 
Otto colpi di pistola sparati da tre killer al servizio della camorra stroncano la vita di un ragazzo che voleva solo fare il giornalista. 
Giancarlo scriveva per “Il Mattino” di Napoli ed era inviato su un fronte di guerra: Torre Annunziata. 

Siamo agli inizi degli anni Ottanta e i clan della camorra sono in lotta per spartirsi il territorio.
769 morti ammazzati dal 1979 al 1984 segnano un periodo di guerra senza precedenti in cui nei quartieri e per le strade la legge è dettata dai kalashnikov e dai fucili a canne mozze. 
A fronteggiarsi sono due veri e propri eserciti: da una parte la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e dall'altra la Nuova Famiglia, alla cui guida c'è il clan dei Nuvoletta. 
I Nuvoletta, determinati ad eliminare definitivamente Cutolo, si alleano con l'emergente boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta. 
In questo clima, Torre Annunziata assume un ruolo chiave per definire la geografia della criminalità organizzata campana. 
Attraverso le sue indagini, Siani viene a conoscenza di particolari scottanti. In un articolo del 10 giugno 1985 scrive:”Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l'arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato. [...] La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di Nuova famiglia, i Bardellino”. 
Lorenzo Nuvoletta, referente in Campania di Totò Riina, si era venduto l'alleato Gionta, attraverso una soffiata ai carabinieri, per evitare una guerra interna con un altro esponente della Nuova Famiglia, Antonio Bardellino. 
Le rivelazioni emerse da quell'articolo saranno per Giancarlo la sua condanna a morte. 

Dal 1960 ad oggi sono 11 i giornalisti italiani uccisi perché impegnati in prima linea sul fronte delle mafie e del terrorismo. Nel nostro Paese, negli ultimi sei anni, 1400 cronisti sono stati oggetto di minacce, intimidazioni e abusi. I dati forniti da Ossigeno per l'informazione parlano chiaro: nessun altro Paese dell'Eurozona ha avuto tanti giornalisti uccisi e tanti giornalisti minacciati. 
Riccardo Orioles, nel numero di settembre de “I Siciliani giovani” scrive:”Fare giornalismo e fare lotta antimafia, oggi come ieri, è possibile solo a costo di rinunciare a una vita “normale”. Non tanto per i rischi, che liberamente si accettano, ma per l'estromissione dai principali circuiti politici e professionali. Non è un prezzo troppo alto, considerati gli obiettivi. Ma il prezzo è ancora tale, ed è bene che non ci siano equivoci su di esso”. 

Il ricordo di Giancarlo Siani e dei suoi colleghi non deve essere un esercizio retorico da mettere in atto una volta all'anno. Ventotto anni non sono niente se sappiamo riviverli ogni giorno.

Marika Pezzolla

sabato 14 settembre 2013

Bruno Caccia - Là dove la mafia non esiste


Storia di Bruno Caccia, magistrato ucciso dalla 'ndrangheta trent'anni fa.

La sera del 26 giugno del 1983 Bruno Caccia, il Procuratore capo della Repubblica di Torino, si concede una libertà che gli sarà fatale: congeda la scorta ed esce a portare a spasso il cane. Alle 23.30 due uomini a bordo di una Fiat 128 gli sparano diciassette colpi d'arma da fuoco che metteranno fine al rito delle sue passeggiate serali.
Mentre nel resto d'Italia si archiviano una calda domenica di inizio estate e la prima giornata elettorale, a Torino la 'ndrangheta uccide un magistrato che aveva dedicato la sua vita a far rispettare la legge.
Perchè? Quali motivi hanno spinto un'organizzazione criminale come quella calabrese ad agire lontano dalla sua terra d'origine?

Nato a Cuneo il 16 novembre del 1917, Caccia entra in magistratura nel 1941 e, dopo tre anni trascorsi ad Aosta, rientra nel capoluogo piemontese nel 1967, ricoprendo dapprima l'incarico di sostituto procuratore e poi quello di Procuratore della Repubblica, dal 1980. Sotto il suo comando, nasce il primo pool di giudici istruttori a cui si ispireranno anche Falcone e Borsellino.
Terrorismo e criminalità organizzata sono i cardini intorno a cui ruotano le sue indagini.
Sotto il suo comando la Procura istituì i primi processi contro i capi storici delle Brigate Rosse e dei terroristi di Prima Linea.
Anticipando di otto anni l'inchiesta Mani Pulite, portò alla luce lo scandalo delle tangenti nel comune di Torino, provocando le dimissioni dell'intera giunta comunale.
Certo della presenza malavitosa sul territorio piemontese, avviò una serie di indagini che fecero tremare i vertici delle organizzazioni criminali più radicate a Torino e in provincia, in particolare quelli della 'ndrangheta calabrese.
E la risposta non si fece attendere.

Dopo la sua morte, iniziarono i primi depistaggi che condussero le indagini sulla pista del terrorismo rosso. Fu soltanto qualche anno dopo che si iniziò a seguire il filone della criminalità organizzata. Queste ultime indagini portarono, nel 1992, alla condanna di Domenico Belfiore, capo del clan dei Calabresi che all'epoca dominava la malavita torinese. Riconosciuto mandante dell'omicidio, Belfiore fu condannato all'ergastolo.
Tuttavia, gli esecutori materiali del delitto restano ancora ignoti.
Oggi, trent'anni dopo, in seguito all'emergere di nuovi particolari, come il coinvolgimento di servizi segreti deviati, i figli del magistrato chiedono di riaprire il processo per far luce sull'ennesimo mistero italiano.

Il ricordo di Bruno Caccia rivive nelle parole di Gian Carlo Caselli, attuale Procuratore della Repubblica di Torino: “Con lui ho imparato il mestiere di magistrato. 
Era un uomo rigoroso ma giusto. La sua cifra di magistrato era applicare la legge senza sconti per nessuno, nel rispetto però delle persone e della dignità di chiunque".

Bruno Caccia è stato l'unico magistrato ucciso dalla mafia nel Nord Italia. Dove la mafia non esiste.

Marika Pezzolla

Quando il coraggio non ha età - Rita Atria, una storia dimenticata


Rita Atria ha 16 anni quando, stanca della violenza mafiosa nella quale è sempre vissuta, decide di rompere il muro dell’omertà e collaborare con le istituzioni diventando testimone di giustizia. Decide di ribellarsi alla mafia non per senso civico ma per amore, per amore del fratello, mafioso ucciso da mafiosi.

Rita è solo una bambina quando, nel novembre del 1985, il padre Vito, uomo d’onore di Partanna, paesino di diecimila anime fra Trapani e Palermo, viene ucciso dalla mafia siciliana per essersi opposto alla scelta di Cosa Nostra di buttarsi nel traffico di droga. La morte del padre lascia segni profondi in Rita, la quale riverserà tutto il suo amore sul fratello Nicola e sulla madre Giovanna, con la quale il rapporto resterà però sempre difficile.

Il fratello Nicola, nel mentre, si trasferisce insieme alla moglie Piera e alla figlia a Montevago dove apre un bar, un investimento con cui cercare di rimanere fuori dal giro della mafia. Si fa però presto ammaliare dai soldi facili derivanti dal commercio della droga e cade anch’egli vittima della mafia che già aveva ucciso il padre. E’ il giugno del 1991 quando Nicola viene ucciso. La moglie Piera decide allora di averne abbastanza e, contro tutto e tutti, di ribellarsi e collaborare con la giustizia. E’ così che conosce il procuratore capo di Marsala, Paolo Borsellino; sarà lui ad occuparsi di lei e a farla trasferire a Roma sotto protezione.

Rita, perso il padre, il fratello e adesso anche la cognata con la quale spesso aveva condiviso i dolori familiari, si ritrova sola, con accanto solo la madre che però è decisa a non “tradire” la famiglia.

Decide quindi di seguire l’esempio di Piera; si ritrova davanti Paolo Borsellino, un uomo nel quale la giovane siciliana rivede il padre che gli è stato strappato. Rita si fida totalmente del “giudice dai baffetti gentili” e gli racconta tutto ciò che aveva visto e sentito negli anni a contatto col padre prima e con il fratello poi; grazie alle sue rivelazioni vengono eseguiti molti arresti nel paese e la gente comincia a insospettirsi, prima fra tutti la madre che non voleva una figlia infame. Dopo l’ennesima minaccia a Rita, Borsellino decide che la ragazza deve essere portata via da quella terra di violenza e così, il 21 novembre 1991, Rita viene trasferita a Roma sotto la protezione dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia.

A Roma inizia una nuova vita, con un nuovo nome e un lavoro di copertura. Sembra andare tutto bene insieme alla cognata e alla nipotina; conosce anche un ragazzo del quale si innamora e con il quale sogna di andare a vivere. Il 23 maggio 1992 però tutto cambia; l’attentato di Punta Raisi le ricorda da cosa sta fuggendo, la terra insanguinata contro la quale si è ribellata. Una grande amarezza la avvolge insieme allo sconvolgimento per la morte del giudice Falcone. Passa poco tempo quando, il 19 luglio 1992, tutto va in frantumi; “Zio Paolo”, come Rita chiamava Borsellino, viene ucciso in Via d’Amelio e Rita si sente all’improvviso sola e sconfitta. Si trasferisce in un appartamentino a vivere da sola e, il 26 luglio, mentre la cognata è in Sicilia per rivedere i parenti, Rita si getta dal terrazzo del settimo piano. A 17 anni finisce la vita della ragazza che aveva osato ribellarsi alla mafia. Al funerale partecipano quasi duecento donne, a rappresentare l’orgoglio delle donne siciliane unite contro la mafia; ma proprio di una donna si noterà l'assenza: Giovanna, la madre di Rita.  La ragazza verrà così seppellita sola, a 17 anni, lei e la sua giovinezza.

Alessandro Giubilei e Michela Simi

Giorgio Ambrosoli


Lo scorso 7 maggio, mentre il consiglio regionale della Lombardia commemorava Giulio Andreotti   all'indomani della sua scomparsa, Umberto Ambrosoli, figlio  di  Giorgio  Ambrosoli, usciva dall'aula.

Dichiarava: "Io penso che sia sacrosanto che le istituzioni ricordino  con  un  minuto  di silenzio chi ha interpretato ruoli istituzionali importantissimi, però, come ho già detto, le istituzioni sono fatte dalle persone.  Le persone hanno le loro storie e la loro coscienza; la mia storia e la mia coscienza mi impongono di assumermi la responsabilità di uscire".

Andreotti,  nel  2010,  in  una puntata di "La storia siamo noi", alla domanda "Secondo lei, perchè Ambrosoli è stato ucciso?", rispondeva:

"Beh, questo è molto difficile e io non voglio sostituirmi nè alla polizia nè ai giudici, certo era una persona  che,  in  termini romaneschi,  se  l'andava cercando".

Circa il mandante dell'omicidio, Michele Sindona, con il quale intratteneva rapporti personali, Andreotti affermava: " Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona. Il fatto che si occupasse sul  piano  internazionale dimostrava una competenza economico   finanziaria   che  altri non   avevano.   Se   non   c'erano motivi  di  ostilità,  non  si  poteva che parlarne bene."

Perchè Michele Sindona commissionò l'omicidio di Giorgio Ambrosoli?

Nel 1974 Giorgio Ambrosoli fu nominato commissario liquidatore della  Banca  Privata  Italiana, guidata sull'orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona.

Suo compito era indagare sulla situazione economica della banca e   sull'operato   di   Sindona,   sul quale si nutrivano sospetti già da tempo.

In questo ruolo Ambrosoli si trovò a  esaminare  tutta  la  trama  delle articolatissime  operazioni  che  il banchiersiciliano  aveva intessuto. Scoprì così le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata, oltre a diverse rivelazioni sulle connivenze di alcuni ufficiali pubblic con   il   mond sporco della finanza di Sindona. Cominc ad  essere  quindi oggetto di pressioni e tentativi di corruzione, affinchè avallasse documenti  comprovanti  la buona fede del banchiere. Se si fosse ottenuto  c lo Stato avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti  dell'istituto  di  credito  e Sindona    avrebb evitato    ogni coinvolgimento penale e civile. Ambrosoli non cedette. La sera dell'11 luglio 1979 fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi,  dopo  essersi  scusato,  gli esplose contro quattro colpi. Nonostante  il  sacrificio  estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale, Ambrosoli noebbmai grandriconoscimenti. Michele Sindona fu condannato all'ergastolo e morì assassinato in carcere, due giorni dopo la condanna, avvelenato con un caffè al cianuro. Questa è la lettera che Ambrosoli scrisse alla moglie mentre era impegnato nello svolgimento del suo incarico: "Anna carissima, sono pronto per il   deposito   dello   stato   passivo della B.P.I., atto  che  ovviamente no soddisferà   molti    che   è costato  unbella  fatica.  Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo  l'incarico:  lo sapevo prima  di  accettarlo  e quindi  non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le  speranze  mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica  e in nome dello  Stato  e non per un partito. Con l'incarico, ho   avuto   in   man un   potere enorme  e discrezionale  al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente  solo  nemici   perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava nosono  certo  riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello  che  a  loro  spettava:  ed hanno ragione, anche se, non fossi stato  io,  avrebbero  recuperato  i loro averparecchi  mesdopo.  I nemici comunque non aiutano,  e cercherann in   ogn mod di farmi  scivolare  squalche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno,  puoi  anche  firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque,  tu  sai  che  cosa  devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto  [...  ] Abbiano  coscienza dei  loro  doveri  verso  sstessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e   perché    ragazzi   son uno meglio dell'altro. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...) Giorgio ».

Michela Simi