sabato 14 settembre 2013

Bruno Caccia - Là dove la mafia non esiste


Storia di Bruno Caccia, magistrato ucciso dalla 'ndrangheta trent'anni fa.

La sera del 26 giugno del 1983 Bruno Caccia, il Procuratore capo della Repubblica di Torino, si concede una libertà che gli sarà fatale: congeda la scorta ed esce a portare a spasso il cane. Alle 23.30 due uomini a bordo di una Fiat 128 gli sparano diciassette colpi d'arma da fuoco che metteranno fine al rito delle sue passeggiate serali.
Mentre nel resto d'Italia si archiviano una calda domenica di inizio estate e la prima giornata elettorale, a Torino la 'ndrangheta uccide un magistrato che aveva dedicato la sua vita a far rispettare la legge.
Perchè? Quali motivi hanno spinto un'organizzazione criminale come quella calabrese ad agire lontano dalla sua terra d'origine?

Nato a Cuneo il 16 novembre del 1917, Caccia entra in magistratura nel 1941 e, dopo tre anni trascorsi ad Aosta, rientra nel capoluogo piemontese nel 1967, ricoprendo dapprima l'incarico di sostituto procuratore e poi quello di Procuratore della Repubblica, dal 1980. Sotto il suo comando, nasce il primo pool di giudici istruttori a cui si ispireranno anche Falcone e Borsellino.
Terrorismo e criminalità organizzata sono i cardini intorno a cui ruotano le sue indagini.
Sotto il suo comando la Procura istituì i primi processi contro i capi storici delle Brigate Rosse e dei terroristi di Prima Linea.
Anticipando di otto anni l'inchiesta Mani Pulite, portò alla luce lo scandalo delle tangenti nel comune di Torino, provocando le dimissioni dell'intera giunta comunale.
Certo della presenza malavitosa sul territorio piemontese, avviò una serie di indagini che fecero tremare i vertici delle organizzazioni criminali più radicate a Torino e in provincia, in particolare quelli della 'ndrangheta calabrese.
E la risposta non si fece attendere.

Dopo la sua morte, iniziarono i primi depistaggi che condussero le indagini sulla pista del terrorismo rosso. Fu soltanto qualche anno dopo che si iniziò a seguire il filone della criminalità organizzata. Queste ultime indagini portarono, nel 1992, alla condanna di Domenico Belfiore, capo del clan dei Calabresi che all'epoca dominava la malavita torinese. Riconosciuto mandante dell'omicidio, Belfiore fu condannato all'ergastolo.
Tuttavia, gli esecutori materiali del delitto restano ancora ignoti.
Oggi, trent'anni dopo, in seguito all'emergere di nuovi particolari, come il coinvolgimento di servizi segreti deviati, i figli del magistrato chiedono di riaprire il processo per far luce sull'ennesimo mistero italiano.

Il ricordo di Bruno Caccia rivive nelle parole di Gian Carlo Caselli, attuale Procuratore della Repubblica di Torino: “Con lui ho imparato il mestiere di magistrato. 
Era un uomo rigoroso ma giusto. La sua cifra di magistrato era applicare la legge senza sconti per nessuno, nel rispetto però delle persone e della dignità di chiunque".

Bruno Caccia è stato l'unico magistrato ucciso dalla mafia nel Nord Italia. Dove la mafia non esiste.

Marika Pezzolla

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