sabato 14 settembre 2013

Il casus unicum di Michele Sindona

Viaggio nella storia del celebre bancarottiere siciliano e dei suoi legami tentacolari con il Papato, la P2, la Dc, la Mafia.

Invitato ad un party esclusivo in un albergo lussuoso di New York (il Woldorf Astoria) al quale partecipava secondo le voci di alcuni testimoni la creme de la creme della mafia italoamericana, il Divo lo salutò come il "il salvatore della lira", contribuendo a cementificare un'amicizia forte e lunga della quale avrebbe fatto le spese sulla propria pelle più di tutti Giorgio Ambrosoli. Ambrosoli, l'avvocato conservatore e onesto che fece il suo lavoro fino in fondo, finchè non ottenne «quello che si era meritato» parafrasando quello che avrebbe detto Andreotti qualche tempo dopo.

Sindona e Andreotti, Sindona e la mafia, ma anche Sindona e Licio Gelli, Sindona e il Vaticano. Chi era questo "avvocaticchio di Patti" (chiamato così dal nome della località messinese da cui proveniva) capace di monopolizzare dagli anni 50 agli 80 la scena finanziaria italiana e mondiale con una folgorante ascesa ed un altrettanto fulmineo declino? Com'era riuscito a tessere allo stesso tempo legami con i piani alti dei differenti palazzi del potere?

Nato nel 1920 e laureatosi in Giurisprudenza, Michele Sindona aveva stabilito già negli anni della Seconda Guerra Mondiale relazioni durature sia con la Cosa Nostra dei Bontade e degli Inzerillo, che con le gerarchie italoamericane dei Genovese e dei Gambino. Per loro conto egli agiva da consulente e compiva viaggi oltreoceano, ancora prima di fare la sua comparsa brillante sulle scene di Milano negli anni 50.

Nel capoluogo lombardo Sindona grazie alla spregiudicatezza che lo portava disinvolto a fare incetta di imprese e banche in liquidazione, arrivò nel giro di meno di dieci anni a diventare socio di maggioranza della Banca Privata Finanziaria, uno degli istituti di credito privati più importanti del Belpaese. La BPF rappresentò soltanto il trampolino di una poderosa scalata al potere che lo condusse prima alla fondazione di numerosi filiali europee e inoltre all'acquisto della Franklin National Bank, una delle venti banche più influenti degli Stati d'Uniti.

Alla base del successo di Sindona avevano contribuito tra gli altri i suoi vincoli stretti con il Vaticano risalenti al 1954, anno in cui il banchiere fece la conoscenza diretta dell'arcivescovo Montini, il futuro Paolo VI, che una volta divenuto pontefice lo introdusse negli ambienti finanziari dello Stato Pontificio, in particolare con lo Ior (l'Istituto per le opere religiose), meglio conosciuto come la Banca Vaticana, sotto la cui copertura, potè smistare i suoi profitti dall'Italia alla Finabank, finanziaria Svizzera controllata dal Vaticano, riuscendo in questo modo ad eludere le tassazioni imposte dal Governo italiano. All'interno dello Ior agivano altri due personaggi oscuri e corrotti come il direttore braccio destro del Papa Marcinkus e il responsabile Massimo Spada, invischiati nella P2 di Licio Gelli, con il quale Sindona instaurò una stretta amicizia durante la quale finirono nelle casse della società segreta ben 4 miliardi di dollari.

Nell'aprile del 1974 i vertici della Banca d'Italia aprirono un'inchiesta sull'improvvisa richiesta di Sindona di aumentare il capitale delle sue banche, e scoprirno ingenti buchi miliardari degli istituti sindoniani sia in Italia che all'estero. Il governo italiano lo inquisì per bancarotta fraudolenta e dichiarò il fallimento della Banca Privata Finanziaria e della Finambro, altro polmone nostrano dell'Impero Sindona. Nell'ottobre dello stesso anno crollarono le banche europee e la Franklin, il cui declino rappresentò il più grande disastro finanziario nella storia degli Stati Uniti Fu la bancarotta, il celebre "crac Sindona".

In tali circostanze un ruolo di primordine venne ricoperto dai suoi legami con la politica e la mafia. In particolare Sindona si appellò spesso ad Andreotti, all'epoca Primo ministro che lo aveva conosciuto fin dai primi anni milanesi e in tutta tranquillità si era recato al già citato party al Wordolf Astoria nonostante fosse stato sconsigliato dai suoi collaboratori. Quando nel 1976 (dopo essere stato arrestato per la caduta della Franklin ed essere uscito sotto il versamento di una cauzione record di 3 miliardi) il bancarottiere tentava di ritardare la sua estradizione per il processo in Italia, riceveva dal Divo tutta la solidarietà possibile, come avrebbe dichiarato uno dei loro tramiti, l'avvocato massone Philip Guarino.

L'appoggio di Andreotti e il sostegno costante di Licio Gelli vennero meno nel momento in cui Sindona giunse a commettere due errori decisivi ai fini della sua caduta, dettati dall'opposizione della Banca d'Italia ai suoi tentativi di risollevamento. Il primo di questi due errori fu il commissionamento dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli per mano di un killer americano, che qualche anno dopo si costituì e rivelò i retroscena del progetto di Sindona. Il secondo tentativo disperato del bancarottiere consistette nell'ideazione di un falso sequestro ai suoi danni, che egli realizzò con lo scopo di recarsi in Sicilia sotto la protezione dei vecchi compagni mafiosi e riportare alla luce importanti documenti per la sua salvezza. Tra queste carte il bancarottiere cercava in primis "la lista dei 500" un elenco scottante di nomi di personaggi politici e non che attraverso il meccanismo dei traffici sindoniani avevano trasferito all'estero circa 97 milioni di dollari. Grazie alla lista Sindona avrebbe potuto ricattare i suoi fiduciari, minacciandoli di rivelare i loro nomi se essi non lo avessero aiutato nel suo piano di salvataggio.

Nel 1982 Michele Sindona fu condannato a 75 anni di reclusione per il crac della Franklin Bank, e quattro anni dopo costretto a ritornare in Italia, fu processato e condannato all'ergastolo per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli. La mattina del 22 marzo 1986 Sindona morì dopo aver ingerito una dose di caffè contenente cianuro, la cui provenienza rimane tuttoggi un mistero irrisolto e lascia la porta aperta ad un altro dubbio più grande: suicidio oppure omicidio. Sarebbe vera l'ipotesi secondo la quale Sindona si sarebbe fatto inviare una dose ridotta di veleno, grazie alla quale avrebbe potuto riottenere l'estradizione negli Stati Uniti? Esisteva un accordo al riguardo, in base al quale se l'incolumità del detenuto in Italia fosse stata a rischio, egli avrebbe potuto fare ritorno immediatamente nel Paese anglosassone.Oppure la dose di cianuro sarebbe stata volutamente manomessa da qualcuno con lo scopo di ammazzarlo, ed evitare che nel Processo d'Appello ancora a disposizione il bancarottiere avrebbe potuto rivelare verità pericolosissime sui 500 presenti nella famosa lista? Secondo uno dei giudichi istruttori che furono incaricati di occuparsi del suo caso, Sergio Turone, dietro l'avvelenamento ci sarebbe stato il Divo in persona.

Enrico Esposito

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