Viaggio
nella storia del celebre bancarottiere siciliano e dei suoi legami
tentacolari con il Papato, la P2, la Dc, la Mafia.
Invitato ad un party
esclusivo in un albergo lussuoso di New York (il Woldorf
Astoria) al quale partecipava
secondo le voci di alcuni testimoni la creme de la creme
della mafia italoamericana, il Divo lo salutò come il "il
salvatore della lira", contribuendo a cementificare un'amicizia
forte e lunga della quale avrebbe fatto le spese sulla propria pelle
più di tutti Giorgio Ambrosoli. Ambrosoli, l'avvocato conservatore e
onesto che fece il suo lavoro fino in fondo, finchè non ottenne
«quello
che si era meritato»
parafrasando quello che avrebbe detto Andreotti qualche tempo dopo.
Sindona e Andreotti, Sindona e la mafia, ma anche
Sindona e Licio Gelli, Sindona e il Vaticano. Chi era questo
"avvocaticchio di Patti" (chiamato così dal nome della
località messinese da cui proveniva) capace di monopolizzare dagli
anni 50 agli 80 la scena finanziaria italiana e mondiale con una
folgorante ascesa ed un altrettanto fulmineo declino? Com'era
riuscito a tessere allo stesso tempo legami con i piani alti dei
differenti palazzi del potere?
Nato nel 1920 e laureatosi in Giurisprudenza, Michele
Sindona aveva stabilito già negli anni della Seconda Guerra Mondiale
relazioni durature sia con la Cosa Nostra dei Bontade e degli
Inzerillo, che con le gerarchie italoamericane dei Genovese e dei
Gambino. Per loro conto egli agiva da consulente e compiva viaggi
oltreoceano, ancora prima di fare la sua comparsa brillante sulle
scene di Milano negli anni 50.
Nel capoluogo lombardo
Sindona grazie alla spregiudicatezza che lo portava disinvolto a fare
incetta di imprese e banche in liquidazione, arrivò nel giro di meno
di dieci anni a diventare socio di maggioranza della Banca Privata
Finanziaria, uno degli istituti di credito privati più importanti
del Belpaese. La BPF rappresentò soltanto il trampolino di una
poderosa scalata al potere che lo condusse prima alla fondazione di
numerosi filiali europee e inoltre all'acquisto della Franklin
National Bank, una delle venti
banche più influenti degli Stati d'Uniti.
Alla base del successo di Sindona avevano contribuito
tra gli altri i suoi vincoli stretti con il Vaticano risalenti al
1954, anno in cui il banchiere fece la conoscenza diretta
dell'arcivescovo Montini, il futuro Paolo VI, che una volta divenuto
pontefice lo introdusse negli ambienti finanziari dello Stato
Pontificio, in particolare con lo Ior (l'Istituto per le opere
religiose), meglio conosciuto come la Banca Vaticana, sotto la cui
copertura, potè smistare i suoi profitti dall'Italia alla Finabank,
finanziaria Svizzera controllata dal Vaticano, riuscendo in questo
modo ad eludere le tassazioni imposte dal Governo italiano.
All'interno dello Ior agivano altri due personaggi oscuri e corrotti
come il direttore braccio destro del Papa Marcinkus e il responsabile
Massimo Spada, invischiati nella P2 di Licio Gelli, con il quale
Sindona instaurò una stretta amicizia durante la quale finirono
nelle casse della società segreta ben 4 miliardi di dollari.
Nell'aprile del 1974 i vertici della Banca d'Italia
aprirono un'inchiesta sull'improvvisa richiesta di Sindona di
aumentare il capitale delle sue banche, e scoprirno ingenti buchi
miliardari degli istituti sindoniani sia in Italia che all'estero. Il
governo italiano lo inquisì per bancarotta fraudolenta e dichiarò
il fallimento della Banca Privata Finanziaria e della Finambro, altro
polmone nostrano dell'Impero Sindona. Nell'ottobre dello stesso anno
crollarono le banche europee e la Franklin, il cui declino
rappresentò il più grande disastro finanziario nella storia degli
Stati Uniti Fu la bancarotta, il celebre "crac Sindona".
In tali circostanze un ruolo di primordine venne
ricoperto dai suoi legami con la politica e la mafia. In particolare
Sindona si appellò spesso ad Andreotti, all'epoca Primo ministro che
lo aveva conosciuto fin dai primi anni milanesi e in tutta
tranquillità si era recato al già citato party al Wordolf
Astoria nonostante fosse stato sconsigliato dai suoi
collaboratori. Quando nel 1976 (dopo essere stato arrestato per la
caduta della Franklin ed essere uscito sotto il versamento di
una cauzione record di 3 miliardi) il bancarottiere tentava di
ritardare la sua estradizione per il processo in Italia, riceveva dal
Divo tutta la solidarietà possibile, come avrebbe dichiarato uno dei
loro tramiti, l'avvocato massone Philip Guarino.
L'appoggio di Andreotti e il sostegno costante di Licio
Gelli vennero meno nel momento in cui Sindona giunse a commettere
due errori decisivi ai fini della sua caduta, dettati
dall'opposizione della Banca d'Italia ai suoi tentativi di
risollevamento. Il primo di questi due errori fu il commissionamento
dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli per mano di un killer americano,
che qualche anno dopo si costituì e rivelò i retroscena del
progetto di Sindona. Il secondo tentativo disperato del bancarottiere
consistette nell'ideazione di un falso sequestro ai suoi danni, che
egli realizzò con lo scopo di recarsi in Sicilia sotto la protezione
dei vecchi compagni mafiosi e riportare alla luce importanti
documenti per la sua salvezza. Tra queste carte il bancarottiere
cercava in primis "la lista dei 500" un elenco
scottante di nomi di personaggi politici e non che attraverso il
meccanismo dei traffici sindoniani avevano trasferito all'estero
circa 97 milioni di dollari. Grazie alla lista Sindona avrebbe potuto
ricattare i suoi fiduciari, minacciandoli di rivelare i loro nomi se
essi non lo avessero aiutato nel suo piano di salvataggio.
Nel 1982 Michele Sindona fu condannato a 75 anni di
reclusione per il crac della Franklin Bank, e quattro anni
dopo costretto a ritornare in Italia, fu processato e condannato
all'ergastolo per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli. La mattina del 22
marzo 1986 Sindona morì dopo aver ingerito una dose di caffè
contenente cianuro, la cui provenienza rimane tuttoggi un mistero
irrisolto e lascia la porta aperta ad un altro dubbio più grande:
suicidio oppure omicidio. Sarebbe vera l'ipotesi secondo la quale
Sindona si sarebbe fatto inviare una dose ridotta di veleno, grazie
alla quale avrebbe potuto riottenere l'estradizione negli Stati
Uniti? Esisteva un accordo al riguardo, in base al quale se
l'incolumità del detenuto in Italia fosse stata a rischio, egli
avrebbe potuto fare ritorno immediatamente nel Paese
anglosassone.Oppure la dose di cianuro sarebbe stata volutamente
manomessa da qualcuno con lo scopo di ammazzarlo, ed evitare che nel
Processo d'Appello ancora a disposizione il bancarottiere avrebbe
potuto rivelare verità pericolosissime sui 500 presenti nella famosa
lista? Secondo uno dei giudichi istruttori che furono incaricati di
occuparsi del suo caso, Sergio Turone, dietro l'avvelenamento ci
sarebbe stato il Divo in persona.
Enrico Esposito
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