La corruzione
è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato
nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera
così acuta (fanno peggio solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un fenomeno
dilagante, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei
disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali,
che danneggia le istituzioni e la vita quotidiana delle persone.
La corruzione
nel nostro Paese è un cancro le cui metastasi si sono allargate in modo
generalizzato. Invadente, invasivo, ma silenzioso. Che uccide moralmente e
fisicamente. Un virus che cambia aspetto e si rigenera anno dopo anno.
Difficile da debellare. La corruzione adesso è a livelli mastodontici e può
crescere ancora, se non si contrasta in modo netto, senza mediazioni, con
volontà politica concreta, al di là delle parole di questo o quel partito. La
corruzione ci ruba il futuro, in tutti i sensi. Un male che comporta rischi per
la credibilità della nostra economia, per la tenuta della nostra immagine
all'estero, per gli investimenti nel nostro Paese. E che crea disuguaglianze,
massacra le politiche sociali, avvelena l'ambiente, tiene in ostaggio la
democrazia. Infatti se il costo diretto della corruzione (stimato all'incirca
in 60 miliardi di euro all’anno) è un fardello pesante per i disastrati bilanci
dello Stato, ancora più allarmanti sono i danni politici, sociali e ambientali:
la delegittimazione delle istituzioni e della classe politica, il segnale di
degrado del tessuto morale della classe dirigente, l'affermarsi di meccanismi
di selezione che premiano corrotti e corruttori nelle carriere economiche,
politiche, burocratiche, il dilagare dell'ecomafia, attraverso fenomeni come i
traffici di rifiuti e il ciclo illegale del cemento, che si alimentano quasi
sempre anche grazie alla connivenza della cosiddetta "zona grigia",
fatta di colletti bianchi, tecnici compiacenti, politici corrotti.
Ma non tutti
pagano allo stesso modo: a farne le spese sono le fasce deboli, i poveri, gli
enti che sono costretti a tagliare sulla sanità, sull'assistenza, sulle mense
scolastiche. Una peste che mina quotidianamente il rapporto di fiducia tra
cittadini ed istituzioni, alimentando un clima diffuso di sospetto. Quando il
pagamento delle tangenti diventa prassi comune per ottenere licenze e permessi,
e la risorsa pubblica è risucchiata nei soliti giri di potere, ciò che viene
sacrificato sull'altare dei furbetti di turno è soprattutto la credibilità
dello Stato, con un doppio rischio: da un alto un'illegalità sdoganata in virtù
della sua diffusione, in un clima di generale rassegnazione; dall'altro gli
appesantimenti burocratici, la ridondanza di controlli, leggi e leggine che
diventano una sorta di persecuzione dello Stato sui cittadini onesti, messo in
atto nel tentativo di colpire chi viola le regole.
Quale
speranza, quale spinta può avere un Paese, se i suoi abitanti sono convinti che
solo nelle ruberie si nasconda la chiave del successo e che la legalità sia un
inutile fardello? Quella che emerge oggi, in definitiva, non è tanto una
corruzione liquida o gelatinosa, come l'hanno definita commentatori e
inquirenti per contrapporla a quella del passato, strutturata intorno all'obolo
coatto versato dalle imprese ai partiti. È infatti una corruzione ancora
solidamente regolata, dove però a seconda dei contesti il ruolo di garante del
rispetto delle regole del gioco è ricoperto da attori diversi: l'alto dirigente
oppure il faccendiere ben introdotto, il "boss dell'ente pubblico" o
l'imprenditore dai contatti trasversali, il capofamiglia mafioso o il leader
politico a capo di costose macchine clientelari. Collocandosi al centro delle
nuove reti di corruzione, questi soggetti riescono ad assicurare che tutto fili
liscio, favoriscono l'assorbimento dei dissidi interni e creano le condizioni
per l'impermeabilità del sistema della corruzione ad intrusioni esterne.
“La
corruzione è come la peste, dobbiamo fare in fretta”. Don Luigi Ciotti cita il
cardinale Carlo Maria Martini per premere l’acceleratore della campagna
anticorruzione “Riparte il futuro” promossa da Libera e Gruppo Abele. La lotta
alla corruzione ha quindi bisogno del sostegno di tutte le diverse forze
politiche e di quella parte della società civile che più desidera il
cambiamento.
Niccolò
Batini
Nessun commento:
Posta un commento