sabato 14 settembre 2013

La peste - Da dove riparte il futuro?


La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera così acuta (fanno peggio solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un fenomeno dilagante, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali, che danneggia le istituzioni e la vita quotidiana delle persone.

La corruzione nel nostro Paese è un cancro le cui metastasi si sono allargate in modo generalizzato. Invadente, invasivo, ma silenzioso. Che uccide moralmente e fisicamente. Un virus che cambia aspetto e si rigenera anno dopo anno. Difficile da debellare. La corruzione adesso è a livelli mastodontici e può crescere ancora, se non si contrasta in modo netto, senza mediazioni, con volontà politica concreta, al di là delle parole di questo o quel partito. La corruzione ci ruba il futuro, in tutti i sensi. Un male che comporta rischi per la credibilità della nostra economia, per la tenuta della nostra immagine all'estero, per gli investimenti nel nostro Paese. E che crea disuguaglianze, massacra le politiche sociali, avvelena l'ambiente, tiene in ostaggio la democrazia. Infatti se il costo diretto della corruzione (stimato all'incirca in 60 miliardi di euro all’anno) è un fardello pesante per i disastrati bilanci dello Stato, ancora più allarmanti sono i danni politici, sociali e ambientali: la delegittimazione delle istituzioni e della classe politica, il segnale di degrado del tessuto morale della classe dirigente, l'affermarsi di meccanismi di selezione che premiano corrotti e corruttori nelle carriere economiche, politiche, burocratiche, il dilagare dell'ecomafia, attraverso fenomeni come i traffici di rifiuti e il ciclo illegale del cemento, che si alimentano quasi sempre anche grazie alla connivenza della cosiddetta "zona grigia", fatta di colletti bianchi, tecnici compiacenti, politici corrotti.

Ma non tutti pagano allo stesso modo: a farne le spese sono le fasce deboli, i poveri, gli enti che sono costretti a tagliare sulla sanità, sull'assistenza, sulle mense scolastiche. Una peste che mina quotidianamente il rapporto di fiducia tra cittadini ed istituzioni, alimentando un clima diffuso di sospetto. Quando il pagamento delle tangenti diventa prassi comune per ottenere licenze e permessi, e la risorsa pubblica è risucchiata nei soliti giri di potere, ciò che viene sacrificato sull'altare dei furbetti di turno è soprattutto la credibilità dello Stato, con un doppio rischio: da un alto un'illegalità sdoganata in virtù della sua diffusione, in un clima di generale rassegnazione; dall'altro gli appesantimenti burocratici, la ridondanza di controlli, leggi e leggine che diventano una sorta di persecuzione dello Stato sui cittadini onesti, messo in atto nel tentativo di colpire chi viola le regole.

Quale speranza, quale spinta può avere un Paese, se i suoi abitanti sono convinti che solo nelle ruberie si nasconda la chiave del successo e che la legalità sia un inutile fardello? Quella che emerge oggi, in definitiva, non è tanto una corruzione liquida o gelatinosa, come l'hanno definita commentatori e inquirenti per contrapporla a quella del passato, strutturata intorno all'obolo coatto versato dalle imprese ai partiti. È infatti una corruzione ancora solidamente regolata, dove però a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle regole del gioco è ricoperto da attori diversi: l'alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il "boss dell'ente pubblico" o l'imprenditore dai contatti trasversali, il capofamiglia mafioso o il leader politico a capo di costose macchine clientelari. Collocandosi al centro delle nuove reti di corruzione, questi soggetti riescono ad assicurare che tutto fili liscio, favoriscono l'assorbimento dei dissidi interni e creano le condizioni per l'impermeabilità del sistema della corruzione ad intrusioni esterne.

“La corruzione è come la peste, dobbiamo fare in fretta”. Don Luigi Ciotti cita il cardinale Carlo Maria Martini per premere l’acceleratore della campagna anticorruzione “Riparte il futuro” promossa da Libera e Gruppo Abele. La lotta alla corruzione ha quindi bisogno del sostegno di tutte le diverse forze politiche e di quella parte della società civile che più desidera il cambiamento.
Niccolò Batini

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