Lo scorso 7
maggio, mentre il consiglio regionale della Lombardia commemorava Giulio
Andreotti all'indomani della sua scomparsa, Umberto
Ambrosoli, figlio di Giorgio
Ambrosoli, usciva dall'aula.
Dichiarava:
"Io penso che sia sacrosanto che le istituzioni ricordino con
un minuto di silenzio chi ha interpretato ruoli istituzionali
importantissimi, però, come ho già detto, le istituzioni sono fatte dalle
persone. Le persone hanno le loro storie
e la loro coscienza; la mia storia e la mia coscienza mi impongono di assumermi
la responsabilità di uscire".
Andreotti, nel
2010, in una puntata di "La storia siamo
noi", alla domanda "Secondo lei, perchè Ambrosoli è stato
ucciso?", rispondeva:
"Beh,
questo è molto difficile e io non voglio sostituirmi nè alla polizia nè ai
giudici, certo era una persona che, in
termini romaneschi, se l'andava cercando".
Circa il
mandante dell'omicidio, Michele Sindona, con il quale intratteneva rapporti
personali, Andreotti affermava: " Non sono mai stato sindoniano, non ho
mai creduto che fosse il diavolo in persona. Il fatto che si occupasse sul piano
internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria
che altri non avevano.
Se non c'erano motivi di
ostilità, non si
poteva che parlarne bene."
Perchè Michele
Sindona commissionò l'omicidio di Giorgio Ambrosoli?
Nel 1974 Giorgio
Ambrosoli fu nominato commissario liquidatore della Banca
Privata Italiana, guidata
sull'orlo del crack finanziario dal banchiere siciliano Michele Sindona.
Suo compito era
indagare sulla situazione economica della banca e sull'operato di
Sindona, sul quale si nutrivano
sospetti già da tempo.
In questo ruolo
Ambrosoli si trovò a esaminare tutta
la
trama
delle articolatissime
operazioni
che
il banchiere siciliano aveva intessuto.
Scoprì così le
gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata, oltre a diverse rivelazioni sulle connivenze di
alcuni ufficiali pubblici con
il mondo sporco della finanza di Sindona. Cominciò ad
essere quindi oggetto di pressioni e tentativi di corruzione, affinchè
avallasse documenti comprovanti la buona fede del banchiere.
Se si fosse ottenuto ciò
lo Stato avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti
dell'istituto di
credito
e Sindona avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ambrosoli non cedette.
La sera dell'11 luglio 1979 fu avvicinato sotto il
suo portone da uno sconosciuto. Questi, dopo essersi
scusato, gli esplose contro quattro colpi. Nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale, Ambrosoli
non ebbe mai grandi riconoscimenti. Michele
Sindona fu condannato all'ergastolo e morì assassinato in carcere, due giorni dopo la condanna, avvelenato con un caffè al cianuro.
Questa è la lettera che Ambrosoli scrisse
alla moglie mentre era impegnato nello svolgimento del suo incarico: "Anna carissima, sono pronto per il deposito dello
stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti
e
che è costato
una bella
fatica. Non ho timori per me
perché non vedo possibili altro che
pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e
il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio
che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo
l'incarico: lo sapevo
prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il
paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate
di far politica per il paese e
non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di
colpo, ho fatto politica e in nome dello
Stato e non per un
partito. Con l'incarico, ho avuto in
mano un potere
enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne
ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi
ovviamente solo
nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro
spettava non sono certo riconoscenti
perché credono di aver avuto solo quello
che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io,
avrebbero
recuperato i loro averi parecchi
mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in
ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno,
puoi anche
firmare
fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque,
tu
sai
che cosa devi fare e
sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu
allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto
[... ] Abbiano coscienza dei loro
doveri
verso
se stessi,
verso la famiglia nel senso trascendente che
io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i
ragazzi sono uno meglio dell'altro. Sarà per te
una vita
dura, ma
sei una
ragazza talmente brava che te
la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...) Giorgio ».
Michela Simi
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