Giulio Andreotti nasce a Roma il 14 gennaio 1919 da
genitori originari di Segni. Rimasto
orfano del padre,
frequenta il ginnasio al "Visconti" eil liceoal "Tasso”. Si iscrive poi alla facoltà di Giurisprudenza dove si laurea il 10 novembre del
1941
a pieni
voti.
La sua carriera politica inizia già nel corso degli studi universitari, durante i quali entra a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, ovvero l‟unica associazione cattolica riconosciuta nelle università durante il fascismo, nella quale si formerà una gran parte della futura classe dirigente democristiana.
Sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, due volte Ministro delle Finanze, Ministro del Bilancio e Ministro dell‟Industria, una volta Ministro del Tesoro, Ministro dell‟Interno, Ministro dei Beni Culturali e Ministro delle Politiche Comunitarie, il Senatore a vita Giulio Andreotti viene assolto in primo grado il 23 ottobre 1999: si tratta di assoluzione con il comma 2 dell‟articolo 530 cpp, la vecchia insufficienza di prove per capirci. In appello, il 2 maggio 2003, i giudici in parte prescrivono e in parte assolvono l‟ex premier, proclamando soprattutto la prescrizione per il reato di associazione a delinquere (in quegli anni non c‟era ancora il reato di associazione mafiosa, 416 bis) “commesso fino alla primavera del 1980”. Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d‟appello assolve sempre con la vecchia insufficienza di prove. La Cassazione conferma l‟appello il 15 ottobre del 2004. Dunque Andreotti, almeno fino al 1980, ha avuto rapporti con Cosa Nostra. Ma quali? E di che tipo?
Secondo la Corte d‟appello Andreotti, “con la sua condotta (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. La Corte ritiene che sia stato “ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all‟ambiente siciliano, il quale, nell‟arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell‟Isola.”
Andreotti muore a Roma lo scorso 6 maggio e subito qualche acrobata del verbo tenta di cimentarsi in estasianti giochi di parole, atti ad elogiare le encomiabili capacità di statista del senatore a vita. Fabrizio Cicchitto: “Mediò con la mafia tradizionale, ma condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese”. Non si fa lasciare indietro Giulia Bongiorno, secondo cui Andreotti avrebbe avuto rapporti, in fondo, con l‟“ala moderata” di Cosa nostra, o addirittura la “mafia buona”. In che cosa consisteva la “moderazione” o la “bontà” della Cosa nostra di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti?
Ma allora, quali elogi per chi, in vita, fece sì di essere il referente di alti funzionari, burocrati ministeriali e servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale? Quali glorificazioni per chi è stato definito "punciutu", ossia uomo d'onore con giuramento rituale? Quali encomi per colui che, sull‟omicidio Ambrosoli, ha dichiarato: “è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando”? Quali onorificenze per chi ha mostrato, secondo quanto riporta la sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, “un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità verso i mafiosi fino alla primavera del 1980”?
Niccolò Batini
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