sabato 14 settembre 2013

Giulio Andreotti, lo statista della mafia "buona" che muore


Giulio Andreotti nasce a Roma il 14 gennaio 1919 da genitori originari di Segni. Rimasto  orfano  del  padre,  frequenta  il ginnasio al "Visconti" eil liceoal "Tasso. Si iscrive poi alla facoltà di Giurisprudenza dove si laurea il 10 novembre del 1941 a pieni voti.

La sua carriera politica inizia già nel corso degli studi universitari, durante i quali entra a far parte della FederazionUniversitaria Cattolica Italiana, ovvero lunica associazione cattolica riconosciuta nelle università durante il fascismo, nella quale si formerà una gran parte della futura classe dirigente democristiana.

Sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, due volte Ministro delle Finanze, Ministro del Bilancio e Ministro dellIndustria, una volta Ministro del Tesoro, Ministro dellInterno, Ministro dei Beni Culturali e Ministro delle Politiche Comunitarie, il Senatore a vita Giulio Andreotti viene assolto in primo grado il 23 ottobre 1999: si tratta di assoluzione con il comma 2 dellarticolo 530 cpp, la vecchia insufficienza di prove per capirci. In appello, il 2 maggio 2003, i giudici in parte prescrivono e in parte assolvono lex premier, proclamando soprattutto la prescrizione per il reato di associazione a delinquere (in quegli anni non cera ancora il reatdassociazione  mafiosa,  416 bis) “commesso fino alla primavera del 1980. Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte dappello assolve sempre con la vecchia insufficienza di prove. La Cassazione conferma lappello il 15 ottobre del 2004. Dunque Andreotti, almeno fino al 1980, ha avuto rapporti con Cosa Nostra. Ma quali? E di chtipo?

S
econdo la Corte dappello Andreotti, con  la  sua  condotta (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente   e deliberatamente  coltivato  una stabile relazione con il sodalizio criminale  ed arrecato,  comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. La Corte ritiene che sia stato ravvisabile il reato di partecipazione  alla   associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo   personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza  nella  politica  generale del Paese ed estraneo allambiente siciliano, il quale, nellarco di un congruo lasso di tempo, anche al di     fuori     di     una     esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore    di    una    organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento   territoriale nell‟Isola.”

Andreotti muore a Roma lo scorso 6  maggio  e  subito  qualche acrobata del verbo tenta di cimentarsi in estasianti giochi di parole, atti ad elogiare le encomiabili capacità di statista del senatore a vita. Fabrizio Cicchitto: “Mediò con la mafia tradizionale, ma condusse una lotta senza quartiere  contro  quella corleonese”. Non si fa lasciare indietro Giulia    Bongiorno, secondo cui Andreotti avrebbe avuto rapporti, in fondo, con l‟“ala moderata” di Cosa nostra, o addirittura la  “mafia  buona”.  In che cosa consisteva la “moderazione” o la “bontà” della Cosa nostra di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti?

Ma allora, quali elogi per chi, in vita, fece sì di essere il referente di alti  funzionari, burocrati ministeriali e servizi di sicurezza, con un  coinvolgimento  personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale? Quali glorificazioni per chi è stato definito "punciutu", ossia uomo d'onore con giuramento rituale? Quali encomi per colui che, sull‟omicidio Ambrosoli, ha dichiarato:  “è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando”? Quali onorificenze per chi ha mostrato, secondo quanto riporta la sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, “un'autentica,   stabile   ed amichevole disponibilità verso i mafiosi  fino  alla  primavera  del 1980”?

Niccolò Batini

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